Pastels

Lacrimis tuis surdus: non so in che ambito lo usò Marziale, ma ricordo di averlo trovato scritto a chiare lettere su un vecchio quaderno del Pleistocene (fleurs et coeurs recita la copertina, e ad ogni riquadro rosa e azzurro corrisponde una maledizione lanciata al tempo che passa). Ricordo di averlo trovato sul quaderno forse acquistato l’ultimo anno del secolo scorso, la penna nera passata e ripassata più volte, i solchi ben visibili fino a tre o quattro pagine più avanti. Qui intanto c’è Polly Jean Harvey che,  con una voce che pare scimmiottare Macy Gray, canta non so cosa voglia dire il silenzio, può voler dire qualunque cosa. Ma allora, se proprio devo scegliere, scelgo acqua fresca e rose rosa fra le più tenere.

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Capodanno

Quando inizia il vostro anno? Il mio, solitamente, inizia quando lo stato d’animo umbratile si converte in energie cariche di disprezzo. Quando la bottiglia vuota di Acqua Uliveto è rovesciata sulla scrivania perché ho fatto strike con le cuffie bianche, quando i Wire mi sfondano il cervello, quando i libri s’impilano sul comodino e decido che è il caso di finirli. A Capodanno, quello vero, quello istituzionale, postavo foto con hashtag #bellafigheira, mi sbronzavo di prosecco, ballavo vicino al camino (perché i 29 erano vicini), rifiutavo l’invito a distanza di uno sconosciuto ventenne di fumare insieme una sigaretta fuori. Ma ti pare, con questo freddo. E poi ho smesso da più di un anno.

L’ultimo tuffo in piscina risale forse al 2002, l’ultima escursione al bosco al 1999, l’ultima capriola sicuramente a prima del 1997, in luoghi franati e ora cancellati dalle ruspe.

Ve la ricordate la sensazione che si provava durante le cadute? Io no, ma so per certo che fosse bello, perché invece ho perfetta memoria degli istanti che precedevano lo schianto. La luce arancione che illuminava le strade e le folle oceaniche radunate in occasione della festa della Madonna, il marmo bianco e scivoloso di casa di Fabio, la ghiaia grigia che mi avrebbe scorticato le ginocchia. Doveva essere bellissimo, poiché nonostante ci si attendesse di farsi male, non si aveva il tempo di pensarci troppo.

Cosa sono io per te, cosa sei tu per me: una fame d’aria improvvisa durante un live acustico in Campiello Mosca a Venezia, con le piante vomitate dal muretto di una casa a profumare l’ottobre stanco di essere tale.

Quando io e Maria ci immergevamo nell’azzurro acre della piscina, era affascinante il grosso fascio di bollicine che si sprigionava dalla nostra bocca all’urlo subacqueo di “buttana”.

 

Slow Down

Saltellando qua e là dall’hardcore ebraico newyorkese al mod britannico, dai nuovi ariani alla scuola d’arte di Paul Weller e soci, mi sono resa conto che siamo giunti a metà del rutilante aprile. Cancellata l’esperienza odiosa dell’inverno più freddo, una mano gentile ci ha spinti e radunati in questa specie di primavera senza che ce ne accorgessimo. Lungi dal voler fornire un bollettino meteorologico, mi limito ad osservare l’assoluta perfidia di questa stagione, la quale, come i migliori figli di puttana, ci offre la possibilità di fare bilanci falsati dall’emotività cinguettante tipica dell’aprile sfavillante di colori. Non lasciatevi ingannare, stolti! Aprile, strizzando l’occhio a Brando e Bertolucci, porta sempre con sé un panetto di burro da 250 grammi. Così, mentre state pensando al senso del vostro transito su questa terra, mentre vi state chiedendo come poter trascorrere sereni lustri con la certezza di uno stipendio, mentre costruite sapientemente la consapevolezza del vostro self, mentre magari pensate al vostro Paul Weller ventenne e sudato al di fuori da un contesto musicale – perché ci sta – aprile vi svuota come foste un barattolo di ottima marmellata.

Accade inoltre che se rinunciate a sogni di realizzazione accademica perché siete troppo meticolosi, perché è giusto fare le cose con calma e per bene, perché mamma e papà vi hanno insegnato che essere onesti verso voi stessi e verso gli altri è un dovere, non uno sport da praticare nel tempo libero – disperdendo così mesi di lavoro come ceneri sull’Oceano Indiano – esiste anche chi ha la possibilità di sostenere senza vergogna, in sede d’esame, che un determinato avvenimento storico può collocarsi nel secolo mille.

Allora vi auguro buona fortuna, possa questo aprile sciogliere i grumi e le incertezze. Nel frattempo ci svestiremo e pianificheremo nuove fughe nell’immaginario – solo lì, perché non abbiamo i soldi.

Chissà se ce la faremo, per il secolo mille, a guardarci negli occhi e intercettare un lampo di intelligenza.

Vento di mezzogiorno

Lo scirocco ha cancellato la vicina città sul mare con una cappa grigia che pende sulla pianura come un’enorme bolla di sapone. Vado a fare la spesa, la momentanea non-esistenza della vicina città sul mare scivola accanto a me mentre gli effetti del detto scirocco creano quell’asfissia tipica delle calde giornate invernali.

Non vedo alberi, non vedo distese di mandorleti ottimisti; i fiori gialli sotto il cielo blu macchiato di spume bianche sono solo memorie inutili di un’altra èra. Come sempre, tutti sembrano in grado di esprimersi, a loro agio e muniti di solide certezze. Le mie attuali certezze, invece, sembrano affidate ad uno yogurt melabanana consumato in fretta. E perché comprare uno yogurt melabanana se non per rievocare un’infanzia dedita al consumo di Fruttolo? Di quando i gatti venivano sul tuo davanzale, di quando la mamma stava bene ed era giovane e cucinava usando apprezzabili dosi di sale; di quando ci bastava prendere una manciata di fogli bianchi e di pennarelli per proseguire quell’autodenuncia priva di calcoli; di quando le tue rose preferite del giardino erano quelle gialle con le sfumature arancioni sul bordo dei petali.

A quanto sembra, ci siamo lasciati alle spalle i quotidiani travasi di bile e i corrosivi labiali paragonabili soltanto alle fogne; adesso si va avanti con spavalderia verso un futuro identico ai presenti passati: siccome però deve ancora arrivare, per l’appunto, si può fingere di amarlo un po’ e di aspettarlo con impazienza, come quando si guadagna l’uscita di una stanza a noi ostile.

Ogni giorno, più volte al giorno, tentiamo di adunare le nostre energie e allora i glutei sobbalzano al ritmo di tre scalini al secondo. Nell’atrio marmoreo di casa tua può capitare di incontrare una sconosciuta donna delle pulizie che ti chiede in generale come impegni il tuo tempo, alla quale genericamente rispondi che sì, hai fatto questa scelta assurda di voler continuare a studiare nonostante due lauree – con l’anziana condomina a ribadire il concetto con le dita della mano destra – e allora continui a salire le scale, ma lei dice che sua nipote s’è laureata in biologia a Bologna e già lavora. Sembra profondamente dispiaciuta per te, vorresti tornare indietro e darle il cinque, vieni qua bella, lascia stare il mocio e andiamo a farci una birra io e te, anche se sono solo le dieci del mattino.

Aglio e olio

Dato che a volte mi capita di avere una buona memoria, oggi mi sono ricordata che il 5 gennaio di due anni fa mi ritrasferivo a Venezia in occasione del tirocinio. Il tirocinio si svolgeva tra Santa Marta e via Torino, e in quell’occasione ebbi modo di sperimentare varie sensazioni, dalla noia all’entusiasmo alla claustrofobia. Il più delle volte, però, bisogna ammetterlo, ero ottimista. C’erano con me persone molto gentili e alla mano, come le bibliotecarie e le altre collaboratrici. Poi, ancora, c’erano lo slavo che voleva farsi tutte le studentesse dal carino in su – e si preoccupava, guardandomi negli occhi con una certa gravità, del fatto che quella lì non gliel’avrebbe mai data al primo appuntamento – e il turco, studente di informatica preso malissimo dall’esistenza. Il turco evaporava spesso per lunghi periodi di tempo, e quando gli chiedevo perché fosse venuto a studiare a Venezia mi diceva, mantenendo quel suo sguardo impassibile e perso nel vuoto, a Roma non c’era posto.

Per arrivare in via Torino impiegavo all’incirca un Aglio e Olio e mezzo. Aglio e Olio è un ep dei Beastie Boys contenente alcuni pezzi hardcore che non dura più di dodici minuti. His fretus, per arrivare in via Torino da via Bissuola, se andava bene, ci mettevo 18-20 minuti. Era un bel periodo, durante il quale ho riscoperto frammenti di me stessa e capacità e gratitudine. Risultava bellissimo stancarsi, preparare dolci con le coinquiline, superare gli esami, brindare, vivere nel segno della leggerezza. Ad ogni modo, questo non voleva essere un post sui bei tempi andati, quando ancora studiavo e la vita aveva uno scopo ben preciso e ben diverso dal lamentarsi. Volevo solo dirvi, come dissi alla mia amica Fedina qualche tempo fa, che sarebbe interessante adottare la durata degli album o delle canzoni come unità di misura. Ad esempio, da casa mia a casa tua è una Sweet Jane precisa precisa. Oppure, da Catania a Venezia in aereo ci metto un paio di dischi dei Morphine, tipo Good e Cure for pain, più qualcosa dei Talking Heads, come tre quarti di 77. E se vuoi fare breccia nel suo cuore misurando l’intensità dei tuoi sentimenti, digli pure tra me e te ci sta in mezzo, condensata, tutta la discografia di [suo artista preferito] + occhiolino.

Posso darle un nome fittizio

Il primo giorno dell’anno del signore 2016, contenente in sé diversi inizi, si rivela lungo e ricco di scoperte. Stilerò una lista sommaria giusto perché ho sonno:

  • fonti attendibili rivelano che qualcuno di molto sfortunato lavori al call center di Man Vigor Gel anche la notte di San Silvestro, immagino con l’entusiasmo di una volpe asfaltata accidentalmente;
  • telefonare al call center di Man Vigor Gel non ti dà la possibilità di parlare in diretta con la volgarissima milfona che sponsorizza il prodotto;
  • Man Vigor Gel (per uso topico) non è da confondersi con Vigorman, che è invece un integratore naturale usato in caso di astenie sessuali;
  • Valentina Nappi parla come Tea Falco;
  • credevo di essere profondamente in crisi, ma forse una risposta c’è ed è nell’opporsi strenuamente alla desertificazione di tutto ciò che ci sta intorno;
  • se c’è – e so che c’è perché me lo hanno detto – una web reputation da dover difendere, io l’ho persa con questo post.

Buon lavoro

Es muy muy latino

In un mondo ideale, io non mi sveglio la mattina del 31 dicembre con un’emicrania che dura da tre giorni (e il conseguente sospetto di avere un tumore al cervello, ammesso che siano questi i sintomi del tumore al cervello), ma passiamo oltre. Quest’oggi andrà così: daremo una pulita al mio studio al terzo piano che per l’occasione si trasformerà in luogo atto ad ospitare una festa per esseri umani, monteremo la panna e prepareremo una golosissima crema al mascarpone (casomai non avessimo già sufficienti motivi per essere stroncati da un infarto), matureremo la speranza di non perdere conoscenza in bagno e leggeremo qua e là, se c’è tempo, le Ficciones borgesiane.

La delusione più grande di questi giorni consiste nel mancato reperimento del testo di Italians a go go dei Righeira, cosa che mi sta togliendo il sonno e alla quale forse dovrei iniziare ad attribuire i miei mal di testa. Questo accade quando un artista è estremamente sottovalutato e, giuro, vi punirei per questo. Poi certamente io ho evidenti problemi con lo spagnolo, ma questa è un’altra storia.

Dunque:

Es muy muy latino
amanecer teniendo il ritmo americano-no
después como un marcianos
vagabundiamos todo il dia
esperando que la noche llegara.

Rimandando a momenti migliori un’analisi filologica ed esegetica di questo testo, mi limiterò a ribadire la mia perplessità sulle vostre inspiegabili riserve nei confronti del duo torinese.

Ieri sera, dopo aver visto un famoso film di fantascienza, ho sentito un mio amico virtuale di cui non posso divulgare i dati anagrafici (ma che ha il cognome di un noto cantautore italiano di medio-basso livello) per discutere del suddetto film. Poi abbiamo parlato della questione affitti-a-Bologna, una cosa veramente tragica, dacché questo mio amico virtuale è alla ricerca di un tetto da circa otto mesi. Io ho osservato che forse dovremmo smetterla di rendere l’università accessibile anche alle oche semianalfabete, e lui ha osservato che Bologna ti cambia anche se sei uno che gira in Hogan e maglioncino sulle spalle (a me piace pensare che quel maglioncino sia fucsia, o rosa pesca). Ti cambia nel senso che da tamarro con deficit cognitivi puoi diventare un hipster con deficit cognitivi. Nello specifico, ha menzionato la triade treccine-droga-piercing come paradigma di questo tipo di metamorfosi. Poi abbiamo parlato del capodanno e poi basta, perché era tardi e stavamo schiattando dal sonno. Non l’ho notato subito, ma solo stamattina mentre bevevo il mio latte di soia col caffè: questa triade possiede una perfetta simmetricità. Mentre treccine e piercing sono elementi della sfera estetica dell’individuo, la droga, che sta emblematicamente al centro, è forse il motore propulsivo di tale cambiamento, insieme alle canzoni de Lo Stato Sociale e Le luci della centrale elettrica e alla rivisitazione personale del povero Pasolini.

Il mio amico virtuale, una delle poche persone sul globo terracqueo che non merita il gulag, è anche artefice del mio recentissimo accostamento a Philip K. Dick, del quale forse scriverò più avanti. Nel frattempo è sempre il 31 dicembre e lui si rifiuta di partecipare a delle feste di merda con musica da tinello, mentre io, a qualche chilometro di distanza, faccio pessime figure con il corriere UPS che mi prega di sbrigarmi mentre cerco di recuperare i soldi coi quali devo pagarlo. Buon lavoro, mi dice sarcasticamente il signor UPS quando se ne va, gettando un’occhiata alla mia mise domestica e alle mie babucce cyberpunk.