Tornare e morire

Mi hanno detto che se non è qui, non esiste.

Ho riscoperto cose e persone, ho rimesso a posto la mia camera, ho spolverato il basso, lavato bene il cesso dalle macchie di vomito rosa. Hanno fatto di teatri parigini macellerie mentre ascoltavo annoiata i Kinks, azzerando ogni voglia di partire per la capitale, ma tanto non mi muovo lo stesso, io parlo e basta.

Sono tutti grafici, designers, food stylists, grandi comunicatori. Sono produttivi e sanno, loro sanno le cose. Intuitivi e dinamici, si muovono bene nel mondo globale mentre crepi globalmente di passività. Mentre appoggi la laurea che ti rende filologa sopra l’armadio, dove nessuno la può vedere.

Inoltre, dopo mesi di tornado emozionali, scopri di aver gettato semi sul cemento, che nulla sarà facile – e d’altra parte non posso certo prendermela con voi: nessuno mi ha mai rassicurata al riguardo. Il compito più faticoso è gestire la perigliosissima stagnazione neuronale che inizia a circa dieci giorni esatti dal rientro, quasi inarrestabile.

Se non è qui, non esiste.

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