Della ‘questione’, finalmente

Quando ho scoperto l’esistenza di Ginevra Lamberti era il giugno del 2011. Potrei sbagliarmi sull’anno, ma so di certo che stazionavo già da un po’ a Mogliano Veneto e che quel caldo pomeriggio, mentre curiosavo su Twitter, i bambini fuori giocavano urlando e le loro madri parlavano male delle vicine di casa. Tutto questo per dire che ho fissato abbastanza bene il momento in cui mi sono imbattuta nel suo blog inbassoadestra, il quale sembrava avere il potere magico di dire cose che capivo benissimo. E che, con straordinaria ironia, solleticavano il mio gusto letterario. Letterario perché, e su questo non vi è ombra di dubbio, quelle righe di Ginevra sembravano pezzi di racconti. E difatti, nel corso di questi ultimi anni, l’autrice de La questione più che altro (Nottetempo, 2015) si è trasformata da blogger a scrittrice a tutti gli effetti (nel senso che una casa editrice le ha appunto pubblicato un libro, sancendo così il suo ingresso ufficiale nel mondo della letteratura).

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In uno stile quanto più lontano dal virtuosismo sciocco e pretestuoso di certa marmaglia paraletteraria, la giovane veneta è capace di immobilizzare il lettore sulla pagina, il che è certamente positivo, ma smette di esserlo quando si scopre che il romanzo, ad un certo punto, finisce. È risaputo, e gente più competente di me ve lo ha già spiegato, che l’effetto di straniamento funziona nel modo seguente: si crea una lingua letteraria fatta di formule e ricorrenze e scarti dalla norma che deformano – più o meno intensamente – la realtà, scaraventando il lettore in un mondo che sì rimane quello reale, ma pare più bello. E non più bello perché non esistono i dolori mestruali o il ragazzo dei tuoi sogni dice di amarti. Più bello perché capace di graffiare dentro, oppure accarezzare, oppure dire onestamente cose che non avremmo mai il coraggio di ammettere. Più bello perché, nel bene o nel male, il lettore può tenere sotto controllo il sismografo dei suoi sentimenti, misurarsi attivamente con la pagina, constatare affinità o divergenze con la voce narrante, ammirare la plasticità dei personaggi, affezionarsi alle loro miserie e alle loro virtù.

Nel romanzo di cui stiamo parlando, la voce narrante di Gaia smonta una per una le certezze fasulle della nostra contemporaneità e ne mette in evidenza un altro tipo, quelle che riguardano l’intensità e l’estensione delle poche cose che contano. E allora, a partire dalla citazione di Anidride solforosa di Lucio Dalla e passando per l’ipocondria, le incertezze sul futuro, la presenza ingombrante – ossia massiccia – dei genitori, i frequenti salti all’infanzia, la diffusa osservazione delle inconsistenze dell’odierno mondo del lavoro e la malattia del padre, si arriva all’epilogo con gli strumenti adatti per affrontare la realtà desnuda, e cioè quella confusa e magmatica materia che ci aggredisce quotidianamente e dalla quale Ginevra Lamberti ha la magistrale capacità di estrarre gli elementi più preziosi, molto spesso concedendo a ciò che normalmente si sottrae al nostro sguardo il potere di trasformarsi in allegoria delle nostre delicate esistenze.

In mezzo a tutto questo, ovviamente, c’è l’inconveniente del diventare adulti&consapevoli, e quindi la tremenda difficoltà di fuoriuscire dallo status di larva per immettersi nel mondo delle Grandi Responsabilità. Le quali, si sa, comprendono sia la dimensione della frustrazione che quella della perdita. E allora ci si inventa un futuro, si affrontano le avversità, si continua a sorridere delle cose strambe del mondo. Il peso della vita muta in aria rarefatta in un gioco stilistico che riguarda necessariamente anche l’essenza stessa della narrazione; me la sentirei quasi di riportarvi alla mente il Cavalcanti di cui parla Calvino nella prima delle sue Lezioni americane. La pagina di Ginevra è sofferta, sì: l’uso dell’ironia non elimina gli spiriti dolenti che vi si aggirano, ma li trasforma in qualcosa di amabile, formalmente leggero ma non per questo privo di spessore.

Quando ho realizzato che mancavano poche pagine alla fine, come vi accennavo sopra, ero molto triste. La possibilità di rileggere o semplicemente sfogliare il romanzo in futuro non mi ha consolato neanche un po’. E se succede questo, io penso, ma è un parere davvero molto modesto, ci si trova di fronte ad un monstrum come lo intendevano i latini.

 

 

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