Nightmare during Christmas

Ieri l’altro al Jolly Market c’era una che stasera un panino con la mortadella non va bene? E invece no, dobbiamo sbatterci per forza. Giusto, santo cielo, lei mi pare una madre single nevrotica e tossica, ma quanto a saggezza non la batte nessuno.

Va tutto bene, quando riesco sono persino gli stessi incubi, perciò sticazzi, non devo cambiare nulla della mia vita. Tipo quello di ieri, nel quale facevo una doccia di fronte ad un pubblico variegato e mormorante e non trovavo il mio bagnoschiuma borotalco. E il ragazzo abbonato ai miei sogni aveva addosso una che forse era pure minorenne.

Quando non dormo, invece, è tutto un giustificare agli indigeni la mia permanenza in questo luogo sinistro. In pochi sanno che si tratta di una scommessa: verificheremo, in primavera, se sarò regredita allo stadio di analfabeta con desideri di maternità.

Venendo a stanotte, però, mi tocca ammettere che non è proprio insonnia; è più un desiderio infecondo di scardinare pudori e convenienze.

Dolcidonne

Questa mattina, mentre consumavo la colazione, c’era un freddo e gradevole silenzio domenicale. Poi qualcuno è entrato in cucina e ha pensato bene di accendere la radio, nella fattispecie Radio Margherita, dove esiste una specie di rubrica che permette a casalinghe affette da osteoporosi e a pensionati annoiati di registrare messaggi insensati e perlopiù populisti. Così, dopo una hit cinquantennale di Fausto Leali, una signora palermitana ha spiegato a tre quarti di Sicilia le motivazioni profonde che generano il fenomeno del donnicidio. Le femmine, queste inguaribili scassacazzo, esasperano i compagni. Né più, né meno. E i compagni le maltrattano, le battono e, quando va male, le ammazzano pure. Invece, consigliava la signora di Palermo, le donne devono domare i mariti con la loro dolcezza. Vaglielo a spiegare che Stefania era dolcissima.

Della ‘questione’, finalmente

Quando ho scoperto l’esistenza di Ginevra Lamberti era il giugno del 2011. Potrei sbagliarmi sull’anno, ma so di certo che stazionavo già da un po’ a Mogliano Veneto e che quel caldo pomeriggio, mentre curiosavo su Twitter, i bambini fuori giocavano urlando e le loro madri parlavano male delle vicine di casa. Tutto questo per dire che ho fissato abbastanza bene il momento in cui mi sono imbattuta nel suo blog inbassoadestra, il quale sembrava avere il potere magico di dire cose che capivo benissimo. E che, con straordinaria ironia, solleticavano il mio gusto letterario. Letterario perché, e su questo non vi è ombra di dubbio, quelle righe di Ginevra sembravano pezzi di racconti. E difatti, nel corso di questi ultimi anni, l’autrice de La questione più che altro (Nottetempo, 2015) si è trasformata da blogger a scrittrice a tutti gli effetti (nel senso che una casa editrice le ha appunto pubblicato un libro, sancendo così il suo ingresso ufficiale nel mondo della letteratura).

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In uno stile quanto più lontano dal virtuosismo sciocco e pretestuoso di certa marmaglia paraletteraria, la giovane veneta è capace di immobilizzare il lettore sulla pagina, il che è certamente positivo, ma smette di esserlo quando si scopre che il romanzo, ad un certo punto, finisce. È risaputo, e gente più competente di me ve lo ha già spiegato, che l’effetto di straniamento funziona nel modo seguente: si crea una lingua letteraria fatta di formule e ricorrenze e scarti dalla norma che deformano – più o meno intensamente – la realtà, scaraventando il lettore in un mondo che sì rimane quello reale, ma pare più bello. E non più bello perché non esistono i dolori mestruali o il ragazzo dei tuoi sogni dice di amarti. Più bello perché capace di graffiare dentro, oppure accarezzare, oppure dire onestamente cose che non avremmo mai il coraggio di ammettere. Più bello perché, nel bene o nel male, il lettore può tenere sotto controllo il sismografo dei suoi sentimenti, misurarsi attivamente con la pagina, constatare affinità o divergenze con la voce narrante, ammirare la plasticità dei personaggi, affezionarsi alle loro miserie e alle loro virtù.

Nel romanzo di cui stiamo parlando, la voce narrante di Gaia smonta una per una le certezze fasulle della nostra contemporaneità e ne mette in evidenza un altro tipo, quelle che riguardano l’intensità e l’estensione delle poche cose che contano. E allora, a partire dalla citazione di Anidride solforosa di Lucio Dalla e passando per l’ipocondria, le incertezze sul futuro, la presenza ingombrante – ossia massiccia – dei genitori, i frequenti salti all’infanzia, la diffusa osservazione delle inconsistenze dell’odierno mondo del lavoro e la malattia del padre, si arriva all’epilogo con gli strumenti adatti per affrontare la realtà desnuda, e cioè quella confusa e magmatica materia che ci aggredisce quotidianamente e dalla quale Ginevra Lamberti ha la magistrale capacità di estrarre gli elementi più preziosi, molto spesso concedendo a ciò che normalmente si sottrae al nostro sguardo il potere di trasformarsi in allegoria delle nostre delicate esistenze.

In mezzo a tutto questo, ovviamente, c’è l’inconveniente del diventare adulti&consapevoli, e quindi la tremenda difficoltà di fuoriuscire dallo status di larva per immettersi nel mondo delle Grandi Responsabilità. Le quali, si sa, comprendono sia la dimensione della frustrazione che quella della perdita. E allora ci si inventa un futuro, si affrontano le avversità, si continua a sorridere delle cose strambe del mondo. Il peso della vita muta in aria rarefatta in un gioco stilistico che riguarda necessariamente anche l’essenza stessa della narrazione; me la sentirei quasi di riportarvi alla mente il Cavalcanti di cui parla Calvino nella prima delle sue Lezioni americane. La pagina di Ginevra è sofferta, sì: l’uso dell’ironia non elimina gli spiriti dolenti che vi si aggirano, ma li trasforma in qualcosa di amabile, formalmente leggero ma non per questo privo di spessore.

Quando ho realizzato che mancavano poche pagine alla fine, come vi accennavo sopra, ero molto triste. La possibilità di rileggere o semplicemente sfogliare il romanzo in futuro non mi ha consolato neanche un po’. E se succede questo, io penso, ma è un parere davvero molto modesto, ci si trova di fronte ad un monstrum come lo intendevano i latini.

 

 

Tornare e morire

Mi hanno detto che se non è qui, non esiste.

Ho riscoperto cose e persone, ho rimesso a posto la mia camera, ho spolverato il basso, lavato bene il cesso dalle macchie di vomito rosa. Hanno fatto di teatri parigini macellerie mentre ascoltavo annoiata i Kinks, azzerando ogni voglia di partire per la capitale, ma tanto non mi muovo lo stesso, io parlo e basta.

Sono tutti grafici, designers, food stylists, grandi comunicatori. Sono produttivi e sanno, loro sanno le cose. Intuitivi e dinamici, si muovono bene nel mondo globale mentre crepi globalmente di passività. Mentre appoggi la laurea che ti rende filologa sopra l’armadio, dove nessuno la può vedere.

Inoltre, dopo mesi di tornado emozionali, scopri di aver gettato semi sul cemento, che nulla sarà facile – e d’altra parte non posso certo prendermela con voi: nessuno mi ha mai rassicurata al riguardo. Il compito più faticoso è gestire la perigliosissima stagnazione neuronale che inizia a circa dieci giorni esatti dal rientro, quasi inarrestabile.

Se non è qui, non esiste.

Non fiori ma opere di Shellac

Caro Steve Albini,

sabato non potremo vederci. Lo so, avevo promesso di sì, ma la vita è piena di vincoli. Constrains, dite voialtri, ed è una parola che mi piace moltissimo. Lo slancio amoroso di un bel giorno d’aprile deve pur fare i conti con l’aridità del concreto svolgersi dell’esistenza, nella fattispecie col fatto che fra due settimane dovrò sostenere l’ultimo esame della mia vita e mi trovo costretta a buttare sangue nel mio covo malefico, gettando uno sguardo ora alle cacate en passant dei piccioni che frequentano la mia terrazza, ora al quadro che mi sta appeso di fronte.

Così penso che magari tra un anno o due potremmo rivederci in California, o in Olanda, o a Bologna, ché tanto per allora mi sarò già dimenticata di questo assedio che mi pare eterno.

Vieni

Ho cercato, ieri sera, di mescolare le note assassine di quell’album inflittomi a tradimento con motivi meno biechi in vista del dolce sonno. Mossa di difesa rispetto ad un passato inutile e color della merda, prodigo di bocche storte e cervello in fiamme. Il contatore del livore potrebbe esplodere da un momento all’altro, disseminare i suoi frammenti dappertutto rendendo gli spazi attuali non praticabili. Ma non di livore abbiamo bisogno, solo di saliva amica e complice.